martedì 12 luglio 2011

Stuker, l'uomo che vola più di Clooney

Alcuni media internazionali l'hanno definito "l'uomo che vola più di George Clooney" perché proprio come il protagonista di "Tra le Nuvole", film del 2009 diretto da Jason Reitman e interpretato dall'ex compagno di Elisabetta Canalis, ha stabilito un record davvero singolare: Tom Stuker, businessman statunitense che lavora nel campo automobilistico, sabato scorso, viaggiando sul velivolo della United Airlines che collegava Chicago a Los Angeles, ha superato la leggendaria soglia dei 10 milioni di miglia in volo (16 milioni di chilometri) del programma fedeltà della compagnia americana ed è diventato il primo passeggero della United a stabilire questo primato 

DA HOLLYWOOD ALLA REALTA' - In una celebre scena del film Clooney, che interpretava un tagliatore di testa aziendale cinico e sempre in viaggio (collezionava punti “mille miglia” dell’American Airlines), ricordava che nel corso della storia "ci sono state più persone che hanno visitato la Luna" che passeggeri che hanno raggiunto 10 milioni di miglia in volo. Dalla scorsa settimana il cinquantasettenne Stuker è entrato a far parte di questo ristretto club grazie ai suoi 29 anni di carriera e ai 5962 voli sulla United, di cui 200 diretti in Australia, 30 verso l'Asia e 70 verso le Hawaii. Dal 1982 il cinquantasettenne ha visitato tutti i 52 stati americani e avrebbe percorso l'equivalente di 400 volte il giro del mondo e 20 volte il tragitto che separa la Terra dalla Luna: "Proprio nelle lunghe ore di volo - avrebbe confessato il commerciale durante la cerimonia in sua onore organizzata da Jeff Smisek, Ceo della compagnia aerea statunitense - ho prodotto le idee più innovative della mia carriera".


UN AEREO CON IL SUO NOME - Dopo tutti questi viaggi sui velivoli della United Airlines, Stuker sa tutto del cibo offerto dalla compagnia e dei film più belli che sono trasmessi durante le rotte. Il commerciale suggerisce spesso agli altri passeggeri quali piatti e vini assaggiare oppure quali film vedere durante i voli. Il record gli permetterà di avere diversi privilegi: Stuker non dovrà più fare la fila per raggiungere gli aerei di linea, ma potrà salire automaticamente aggirando le code. Inoltre la compagnia aerea ha fatto sapere che un velivolo della United sarà ribattezzato con il suo nome: "Le altre persone hanno la casa al mare, io ho la United - ha dichiara alla Abc il commerciale per rimarcare la sua fedeltà alla compagnia aerea - Neppure quando sono a casa sono trattato così bene". Il commerciale rivela che ormai la sua vita è legata indissolubilmente alla United Airlines: "Fino a venticinque anni fa avevo una grande paura di viaggiare in aereo. Adesso invece se non volo per una settimana, comincio a sentirmi male"

Francesco Tortora per Il Corriere della Sera

sabato 9 luglio 2011

Lodo Mondadori, l'Appello conferma la condanna a Berlusconi (con lo sconto)

Maxisconto dei giudici a Silvio Berlusconi sul «lodo Mondadori»: un quarto secco in meno, da 750 a 560 milioni di euro. Ma per il premier questo risparmio di 190 milioni è l’unica buona notizia: anche la seconda Corte d’Appello civile di Milano, infatti, condanna la società del presidente del Consiglio e dei suoi figli a pagare alla Cir complessivamente 560 milioni (tra capitale, interessi legali dall’ottobre 2009 e spese legali) come risarcimento a Carlo De Benedetti per i danni causati all’editore di «Repubblica» dalla corruzione giudiziaria che nel 1991 inquinò la fine del braccio di ferro tra Berlusconi e De Benedetti per il controllo della prima casa editrice italiana, la Mondadori.

LA SOMMA - L’entità della somma si compone del risarcimento vero e proprio, quantificato in 540 milioni di euro; degli interessi legali del 2,5% a partire dalla data della sentenza di primo grado emessa dal giudice Raimondo Mesiano, cioè dall’ottobre 2009; e delle spese legali fissate in 8 milioni di euro. A determinare gran parte della riduzione del risarcimento è stato l’esito della consulenza tecnica d’ufficio che nel marzo 2010 la Corte d’Appello aveva affidato ai professori Luigi Guatri, Maria Martellini e Giorgio Pellicelli per verificare «se fra giugno 1990 e aprile 1991e siano intervenute variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio tra le parti»: quesito al quale i tre consulenti hanno risposto calcolando una riduzione del valore delle aziende attorno al 18,8%.

I TEMPI- Nella giustizia civile le sentenze sono immediatamente esecutive già dopo il primo grado, ma nel dicembre 2009 gli avvocati delle due parti (Giuseppe Lombardi, Giorgio De Nova, Achille Saletti e Fabio Lepri per Fininvest, Elisabetta Rubini e Vincenzo Ruoppo per Cir) raggiunsero un’intesa per «congelare» il versamento a fronte di due condizioni: una maxifidejussione di 800 milioni prestata da un pool di quattro banche alla Fininvest in favore della Cir, e l’impegno della Corte d’Appello a definire in tempi rapidi la causa di secondo grado iniziata il 24 febbraio 2010. Questo significa che ora la Cir — appena nel giro di qualche giorno avrà in mano le copie "registrate" della sentenza firmata dai giudici Luigi De Ruggiero (presidente), Walter Saresella (relatore) e Giovambattista Rollero — avrà titolo per escutere la fidejussione in Banca Intesa Sanpaolo (capofila del pool con Unicredit, Monte dei Paschi di Siena e Popolare di Sondrio) e così incassare immediatamente i 560 milioni di euro sanciti dai giudici d’Appello. Proprio quello che voleva scongiurare il codicillo infilato di soppiatto dopo il Consiglio dei Ministri nel testo della Legge Finanziaria, ritirato dopo le polemiche ma nel contempo rivendicato come «sacrosanto» dal premier e ora destinato (secondo quanto dichiarato da Berlusconi e da membri della sua maggioranza) a poter essere resuscitato sotto forma di emendamento nel corso dell’iter parlamentare della manovra contabile.

LA VICENDA- L’odierna causa civile, foriera dei 560 milioni di euro di risarcimento alla Cir, è diretta conseguenza dei processi penali scaturiti dall’inchiesta avviata nel 1996 dai pm Ilda Boccassini e Gherardo Colombo. I dibattimenti hanno già stabilito in via definitiva che l’avvocato Fininvest Cesare Previti, nell’interesse dell’azienda di Berlusconi, insieme ai legali Attilio Pacifico e Giovanni Acampora fecero pervenire al giudice Vittorio Metta 400 milioni di lire in contanti, parte dei 3 miliardi che 20 giorni dopo la sentenza di Metta i conti esteri Fininvest «All Iberian» e «Ferrido» avevano bonificato il 14 febbraio 1991 al conto estero «Mercier» di Previti. Per cosa? In cambio della compravendita di un verdetto, l’annullamento in Corte d’Appello civile a Roma del «lodo Mondadori», e cioè della decisione di un collegio arbitrale di tre giuristi scelti dalle parti per dirimere la controversa interpretazione degli accordi con la famiglia Formenton erede delle quote del genero di Arnoldo Mondadori, decisione che inizialmente era stata favorevole a De Benedetti nella contesa con Berlusconi per il controllo della casa editrice Mondadori. Quell’annullamento in Appello spianò la strada a Berlusconi perché pose la Cir nella condizione di trattare da una posizione molto più debole il compromesso con Fininvest: una transazione mediata dall’allora imprenditore andreottiano e oggi parlamentare pdl Giuseppe Ciarrapico, e infine sfociata nella spartizione del gruppo editoriale con i libri, i settimanali (tra cui «Panorama») e un conguaglio di 365 miliardi di lire a Berlusconi, e invece «l’Espresso», «Repubblica» e i quotidiani locali «Finegil» a De Benedetti. I processi penali si sono conclusi il 13 luglio 2007 in Cassazione con la condanna per corruzione del giudice Metta a 2 anni e 9 mesi (in continuazione con altri 6 anni già inflittigli per l’altro processo Imi-Sir), dell’avvocato Previti a 1 anno e mezzo (in aggiunta ai 6 anni di Imi-Sir), e dei legali Pacifico e Acampora a 1 anno e mezzo in continuazione con le precedenti condanne per Imi-Sir rispettivamente a 6 anni e a 3 anni e 8 mesi. L’unico a non subire conseguenze penali è stato proprio Silvio Berlusconi, il quale, seppure indagato per il medesimo reato costato poi la condanna a Previti, ottenne nel 2001 la prescrizione grazie al fatto che nella fase del rinvio a giudizio i giudici concessero, esclusivamente a lui, le attenuanti generiche. 
Luigi Ferrarella per Il Corriere della Sera

Parmalat va ai francesi. Lactalis conquista l'83%

Lactalis conquista tutta Parmalat. Dopo quattro mesi di scontro, che è arrivato a investire anche i Governi di Francia e Italia, finisce la battaglia sul latte. Con un vincitore assoluto: il colosso francese. Partito da lontano (i primi acquisti risalgono addirittura all'autunno di tre anni fa), ieri con al chiusura dell'Opa, Lactalis si ritrova proprietaria dell'83% di Parmalat.

Per i più nazionalisti, da ieri l'Italia ha perso un pezzo importante dell'industria alimentare, sopravvissuto al più grande crack della storia e riportato in vita da Enrico Bondi. Per i sostenitori del libero mercato cambia solo la testa, perché stabilimenti, uffici e allevamenti rimangono sempre in Italia. Con l'affondo sull'ex impero di Calisto Tanzi, public company con un maxi-tesoretto in cassa (la classica preda), la famiglia Besnier diventa il leader mondiale nei latticini con un giro d'affari di 14,7 miliardi di euro (realizzato in 35 Paesi del mondo).

L'aggregato Lactalis-Parmalat, un gruppo ancora a gestione familiare, supera pure la mega-multinazionale Nestlè (ferma a 10 miliardi); ma soprattutto la potente quanto impenetrabile Lactalis (nessun bilancio pubblicato da dieci anni, una segretezza che rasenta l'ossessività) batte la connazionale Danone, a quota 9,7 miliardi di fatturato.

L'occasione è tale che pure Monsieur Besnier, l'erede della famiglia fondatrice, ha rotto l'abituale consegna del silenzio: «Il gruppo Lactalis lavorerà, insieme al management di Parmalat, all'ulteriore sviluppo di Parmalat, nel rispetto della sua struttura e delle relazioni con gli allevatori di tutte le regioni italiane» è il messaggio volutamente tranquilizzante verso chi teme la calata dell'invasore d'Oltralpe.

Nonostante una partenza al ralenty, alla fine l'Opa è andata molto meglio delle attese (adesioni al 54%). Probabilmente a casa di Lactalis accanto all'esultanza c'è anche qualche mugugno perché così l'Opa viene a costare 2,4 miliardi (che si aggiungono ai 1,3 miliardi già spesi per il 29% in possesso). Con già il 29% in mano, e la certezza di comandare in assemblea senza problemi (come s'è visto la settimana scorsa in occasione della nomina del cda), la soglia minima del 55% sarebbe bastata ampiamente per avere il controllo anche in un'eventuale assemblea straordinaria.

Quel 30% in più raccolto è solo un onere finanziario che non porta benefici ulteriori in termini di governance, ma maggiori debiti. L'indebitamento complessivo di Lactalis post-Opa sale a 5,4 miliardi: la leva è di poco sotto le quattro volte (un multiplo di 3,8 sul Mol pro-forma aggregato delle due aziende). Ne esce una struttura finanziaria tirata, ma in fondo l'Opa, ossia una soluzione di mercato, è stato il prezzo che i francesi hanno dovuto pagare per vincere lo sbarramento del Governo.

Alla fine la maggior parte degli azionisti si è convinta che era meglio aderire. È caduto nel vuoto il consiglio di Bondi e della Parmalat, supportato da un parere di Goldman Sachs (costata 4,6 milioni di euro secondo quanto sostenuto in assemblea dall'associazione Azione Parmalat) non aderire all'Opa. La prospettiva, inoltre, che da oggi il titolo cadrà (un assaggio si è già avuto in questi giorni e ieri il titolo ha perso il 2,26%), se ha ragione chi sostiene che i warrant (a 1,3 euro) stanno già scontando il prezzo futuro delle azioni, ha evidentemente convinto anche gli ultimi indecisi ad aderire. In ogni caso, chi ha aderito ieri potrà facilmente ricostituire la propria posizione ricomprando sul mercato, a prezzi più bassi.

Messa la bandiera sulla vetta di Parmalat, la scadenza più immediata è la nomina di un amministratore delegato: da dieci giorni Parmalat è priva di un capo-azienda, dopo l'addio di Bondi. Un consiglio di amministrazione è stato convocato dal neo-presidente Franco Tatò per martedi prossimo e da lì arriverà il nome del futuro ceo del nuovo gruppo. Top-secret, per ora, l'identità, ma di sicuro sarà una figura chiamata dall'esterno: così infatti vanno lette le dimissioni a sorpresa del consigliere Olivier Savary. Accantonato il nome di Antonio Sala, accreditato come il ceo in pectore per mesi, tra i consiglieri attuali (la cui lista, immodificabile, era stata depositata a marzo, prima dell'Opa) non c'è una figura adatta. L'uscita del manager francese serve dunque a liberare un posto in cda e cooptare l'ad.

Simone Filippetti per Il Sole 24 Ore

Ufficiale: Messina ai Lakers Farà da assistente a Brown

Messina allenerà i Los Angeles Lakers, adesso è ufficiale. La notizia di certo non sorprende, visto che l’accordo fra la società gialloviola e il tecnico catanese era stato raggiunto ai primi di giugno, ma i problemi legati al lockout e piccole clausole ancora da chiarire ne hanno ritardato la firma ufficiale. Il ruolo, come annunciato dal GM Mitch Kupchak, sarà di “coaching consultant” una sorta di braccio destro, un consigliere di lusso, del nuovo allenatore dei Lakers Mike Brown che ha voluto il tecnico italiano fortemente al suo fianco.

COME TEX WINTER — Il pedigree e lo status di Ettore Messina, stimato profondamente anche oltre Oceano, hanno suggerito alla dirigenza losangelina questo ruolo, ricoperto, nella precedente gestione tecnica di Phil Jackson, dal leggendario Tex Winter. Il tecnico, che in Italia ha seduto sulla panchina della Virtus Bologna,della Benetton Treviso e della Nazionale, si legherà ai Lakers con un contratto annuale e lavorerà a tempo pieno con la squadra, tanto che da un paio di settimane ha incominciato a visionare filmati e fornire idee. “Sono molto contento di approdare in una delle più grandi realtà del basket Nba – ha dichiarato entusiasta -. Sarà un esperienza estremamente interessante. Quel che mi piace di questa avventura è che non devo pensare a che squadra voglio costruire, ma che mi potrò dedicare in toto al lavoro in palestra. Ho grande rispetto per coach Mike Brown e sono felice di poter lavorare con lui e il suo staff.

GENIO ITALIANO — "Si apre quindi un nuovo capitolo per uno dei più grandi tecnici italiani di sempre, stimolato e tentato dall’avventura NBA già da molti anni. Non si è mai fatto mistero dei precedenti corteggiamenti (sussurrati o presunti) di franchigie come Toronto, New Jersey, Indiana che avrebbero offerto a Messina in più di una occasione la panchina. Adesso finalmente tutto è realtà, stante la situazione del tecnico italiano libero da ogni vincolo contrattuale, dopo l’esperienza agrodolce di Madrid. I Lakers si tingono un d’azzurro e il prossimo anno (lockout permettendo) vicino a Kobe Bryant e Pau Gasol, vedremo l’ex ragazzo prodigio che a 16 anni iniziò ad allenare le giovanili della Reyer Venezia e debuttò in serie A con la Virtus Bologna a soli 29 anni. Un genio della pallacanestro europea che non ha mai smesso di vincere, a tutti i livelli, sia di club che di nazionale. Il suo palmares, riportato fedelmente sul sito dei Lakers come di biglietto da visita, è impressionante: 4 eurolega, 1 coppa Saporta, 4 scudetti italiani, 7 coppa Italia, 4 campionati russi, 2 coppe di Russia e un argento con la Nazionale Italiana agli europei del ’97. 
 
Zeno Pisani per La Gazzetta dello Sport

Yao Ming dice basta a 30 anni Tanto talento, troppi infortuni

Alla fine Yao Ming ha deciso di dire basta. Troppi infortuni per il centro cinese, diventato un vero e proprio ambasciatore della pallacanestro asiatica. Il trentenne ex lungo dei Rockets così va prematuramente in pensione dopo soltanto nove stagioni di basket Nba, falcidiate da un’impressionante serie di infortuni.

calvario — Gli ultimi due anni poi sono stati un vero calvario per Yao Ming, un giocatore apprezzato da tutti negli States non soltanto per il suo talento cestistico ma anche per la sua genuinità e per un carattere straordinario che ha subito conquistato tutti a Houston. Dopo aver saltato per infortunio la stagione 2009-10, Yao nello scorso campionato ha disputato soltanto cinque partite prima di procurarsi una frattura da stress alla caviglia sinistra che in pratica ha fatto calare il sipario sulla carriera dello sfortunato giocatore.

talento — Quando il fisico gli ha permesso di mostrare il suo talento, il centro cinese ha fatto vedere grandi cose sul parquet, chiudendo la sua carriera Nba con 19 punti, 9.3 rimbalzi e 1.9 stoppate di media e ricevendo ben otto convocazioni all’All Star Game. Sbarcato nella Nba come prima scelta assoluta del draft 2002, il lungo di 229 centimetri non ci ha messo molto a farsi amare dai tifosi dei Rockets. Soltanto due gare saltate per infortunio nelle sue prime tre stagioni nella Nba e costanti progressi sul parquet sembravano poter catapultare Yao Ming nell’olimpo dei grandissimi giocatori del basket a stelle e strisce ma il suo corpo non ha voluto collaborare. Ossa troppo fragili hanno cambiato il corso della carriera del giocatore asiatico, costringendolo così adesso, dopo due anni praticamente ai box, a dire addio alla pallacanestro giocata.

rimpianto — “Mi sento onorato di aver giocato a fianco di Yao Ming - commenta il suo ex compagno di squadra a Houston Tracy McGrady - a mio parere è stato uno dei più grandi centri di tutti i tempi. Lo considero un amico vero e gli auguro tutto il bene possibile". La Nba rimpiangerà l’ambasciatore che ha portato entusiasmo e interesse per il basket a stelle e strisce in Cina. E soltanto per questo David Stern non dovrebbe mai smettere di ringraziarlo.

Simone Sandri per La Gazzetta dello Sport

venerdì 8 luglio 2011

City, stadio venduto a peso d'oro

Il Manchester City vende il nome del suo stadio per 100 milioni di sterline (oltre 111 milioni di euro) alla compagnia Etihad Airways. Il tabloid The Sun anticipa la conclusione dell'affare che il club inglese si appresta ad ufficializzare. La società ha ceduto i diritti del suo impianto per i prossimi 10 anni. La Etihad paga già 2,8 milioni di sterline a stagione (3,1 milioni di euro) per mostrare il proprio logo sulle maglie dei citizens.

La formazione allenata da Roberto Mancini giocherà quindi le gare casalinghe all'Etihad Stadium. L'operazione costituisce un nuovo record nel calcio inglese: l'Arsenal, infatti, ha incassato 100 milioni di sterline dalla cessione dei 'naming rights' del suo stadio, ma l'accordo siglato con l'Emirates Airlines vale 15 anni.

L'Alberto Sordi inedito Pensava a film sul Duce ma venne minacciato

Ce lo vedete Sordi che fa Mussolini? Certo più di Gassman (troppo alto), di Mastroianni (troppo pacioso) e anche di Tognazzi e di Manfredi. Nessuno degli altri quattro moschettieri della commedia avrebbe potuto impersonare il Duce meglio. O meno peggio. Ma era pura fantascienza, almeno fino a ieri. Quando è venuto fuori che a Sordi, sempre contrario a interpretare personaggi reali, era venuto il ghiribizzo di diventare il Cavalier Benito. Niente a che vedere con la politica, per carità: in vita sua Albertone se ne era sempre tenuto distante, manifestando, massima concessione, una blanda simpatia per la Dc dell’amico Andreotti.

E allora? Sordi intendeva trasformarsi per lo schermo in un Mussolini pantofolaio, tutto casa e famiglia. Lui disse: «Mi venne in mente a Venezia: un giorno sulla spiaggia c’era De Feo che faceva Mussolini che suonava il violino e faceva molto ridere. Qualcuno mi disse se ci avevo mai pensato a fare Mussolini. Risposi che mi sarebbe piaciuto vedere a tavola mentre mangiano che cosa ne pensano i figli di quello che lui ha presentato dal balcone al popolo, che cosa ne pensa la moglie di questa amicizia con Ida, le raccomandazioni che gli faceva la famiglia. Ho saputo che donna Rachele dava anche dei bei “sganassoni”. Io lo avrei arricchito con particolari umani che mi inducevano a pensare che un italiano può, non impazzire, ma diventare un altro con questo consenso di tutto un popolo».

Sembra quasi uno dei ritratti deamicisiani dell’Istituto Luce: neanche l’ombra di un’amante e la guerra ancora lontanissima. Forse il lettore comincerà a spazientirsi: ma com’è che questa gustosa storia salta fuori solo ora? Semplice. Una giornalista, Maria Antonietta Schiavina, in due anni di certosino lavoro ha raccolto in centinaia di nastri le confidenze del grande attore. Molti aneddoti sono stati raccolti in un libro del 2003, Alberto Sordi. Storia di un commediante (Zelig), ma svariati altri sono del tutto inediti, come appunto il Sordi-Mussolini, tenuto nascosto fino a oggi per espressa volontà dell’attore che preferiva non rivelare tutto. Un binomio, a dir poco bizzarro, che sarà certo il piatto forte della serata in calendario domani a Carrara (alle 21, in piazza Alberica). L’idea è venuta al sindaco della cittadina toscana, Angelo Zubbani, che l’ha messa a punto col giornalista radiofonico Igor Righetti. Con loro sul palco il penalista di mille battaglie Nino Marazzita, il paparazzo della Dolce Vita Rino Barillari e, ovviamente, la Schiavina, la quale dovrà rintuzzare le tante domande dei curiosi.

Una delle quali precederà tutte le altre: come mai di quel Mussolini targato Sordi non si fece più nulla? La risposta, che sgorga dalle parole dell’attore, in viva voce su nastro, lascia sconcertati: «Mi arrivarono centinaia di telegrammi dall’America del Sud che mi dicevano di non farlo, minacce». Il periodo della grande tentazione cinematografica non è indicato, quindi gli autori degli imprecisati altolà sono di ancor più ardua individuazione. Comunque, immaginiamo che quei telegrammi furono abbastanza «convincenti» per raffreddare i bollori di Sordi, di cui tutto si può dire tranne che fosse un cuor di leone.

Peccato, perché quel Mussolini con ogni probabilità sarebbe stato davvero godibile. Meno gigione del Rod Steiger diretto da Lizzani nel ’74 (Mussolini ultimo atto) e meno caricaturale del Mario Adorf diretto da Vancini l’anno prima (Il delitto Matteotti)....
Massimo Bertarelli per Il Giornale

Milly fa causa a Mediaset: no al clone di «Ballando»

Va bene esser signore, ma c'è un limite. Milly Carlucci, dopo settimane di preoccupazioni e allarmi, è passata alle vie di fatto: ha dato mandato al suo legale, avvocato Giorgio Assumma, di iniziare un'azione legale nei confronti di Canale 5, per prevenire la messa in onda del programma «Baila!» che andrà in onda a settembre, condotto da Barbara D'Urso.

Dunque sarà proprio la conduttrice storica di «Ballando con le stelle» insieme a tutti gli autori (lei stessa è autrice del programma) a intentare una causa contro la concorrenza che, a suo avviso, sta chiaramente preparando un programma identico, con un titolo diverso. Nei prossimi giorni anche la Rai dovrebbe scendere in campo per tutelare un format che per viale Mazzini in questi anni è stato una vera e propria manna dal cielo. Di più: per Milly «Ballando con le stelle» è una propria creatura e quando ha cominciato a sentir parlare di una trasmissione analoga pensata da Mediaset è andata in fibrillazione.

Lei sa bene che usurare un'idea in tv è deleterio. Dunque si è affannata a dire, senza giri di parole, che la Rai avrebbe dovuto fare qualcosa per difendere il format. Milly si è spaventata e innervosita anche perché ha saputo che Mediaset avrebbe contattato i ballerini di «Ballando» chiedendo loro di passare alla concorrenza (per la verità pare che Samuel Peron abbia già deciso di danzare tra le braccia della D'Urso). Stesso discorso sarebbe avvenuto per i costumi e le scenografie. Tanto che Rodolfo De Laurentiis, consigliere d'amministrazione Rai (Udc) ha più volte parlato di «rischio di plagio» chiedendo alla Rai di intervenire.

La ciliegina sulla torta che avrebbe assai ferito la Carlucci - che non ha alcun problema, né astio con Barbara D'Urso - è stata la presentazione dei palinsesti Mediaset a fine giugno. In quell'occasione Pier Silvio Berlusconi, riferendosi al presunto plagio aveva dichiarato: «È un format sudamericano, si tratta di far ballare persone normali e vip. La tv di oggi è destinata a seguire programmi già esistenti. Tante trasmissioni si somigliano, che dovremmo fare noi quando ci copiano?». Dichiarazioni che avrebbero offeso Milly, decisa così a ricorrere alle vie legali.

Vero è che Mediaset ha regolarmente acquistato il format dalla casa di produzione Televisa: si chiama «Dancing for a dream» (chiamato in altri Paesi anche «Bailando por un sueño»). Mentre il format di Raiuno è della Bbc e si chiama «Strictly come dancing» (acquistato in Italia da Bibi Ballandi, un cognome, una garanzia). Ma la Bbc aveva già mandato una diffida alla Televisa poiché aveva ravvisato gli estremi di plagio. E di recente la Bbc ha scritto una lettera a viale Mazzini chiedendo di monitorare la situazione. Dunque la «copiatura» sarebbe avvenuta a monte. E ora? La storia (della tv) ci insegna che alla fine non succede nulla. Si fa zapping tra cloni con buona pace di chi è arrivato prima. 
Maria Volpe per Il Corriere della Sera

Troppe multe, Balotelli prende l'autista

Troppe multe. E troppi danni alla sua fiammante Maserati. L'asso italiano del Manchester City, Mario Balotelli, ha così deciso di affidarsi a un autista da 3mila sterline a settimana (circa 3450 euro), perchè il conto delle multe è diventato troppo salato anche per lui (ne ha collezionate per oltre 10mila sterline, circa 11.500 euro).
MASERATI IN GARAGE - L'attaccante ventenne, scrive il tabloid Sun, è anche furioso del fatto che la sua amata Maserati bianca subisca continuamente atti vandalici quando è parcheggiata davanti casa. Di qui la decisione di assumere uno chauffeur a tempo pieno che lo scorrazzi su una limousine Mercedes, mentre le sue lussuose auto rimarranno parcheggiate in garage. «Mario è stanco di tutti i suoi problemi con l'auto: spendeva una fortuna in riparazioni della Maserati; e anche il suo club gli ha consigliato di risolvere il problema delle multe per evitare inutili complicazioni», ha raccontato una fonte. Super-Mario, costato al City 24 milioni di sterline e che ne guadagna 100mila a settimana, (circa 115.000 euro) la scorsa stagione collezionò 300mila sterline in sanzioni da parte del club. Tra le pene pecuniarie, anche l'equivalente del salario di una settimana per aver lanciato freccette a un giocatore della squadra giovanile.
Redazione online de Il Corriere della Sera

giovedì 7 luglio 2011

Londra, dopo lo scandalo intercettazioni News of the world chiude i battenti

Domenica sarà l’ultimo numero del tabloid. Parola di News of the world, il tabloid inglese che spesso si è trovato nella bufera per aver pubblicato intercettazioni illegali. Sui telefoni dei parenti dei soldati inglesi uccisi in Iraq e Afghanistan, su quelli dei famigliari delle vittime degli attentati del 7 luglio 2005, persino sul cellulare di una ragazzina rapita e uccisa. Conversazioni private finite sulle pagine del giornale di proprietà della News Corp di Rupert Murdoch, e che ora diventano un caso politico e giudiziario che minaccia di esplodere tra le mani del tycoon australiano. Scotland Yard nelle prossime ore potrebbe arrestare cinque giornalisti responsabili delle intercettazioni illegali.

Già nel passato il giornalismo aggressivo e incurante della privacy di News of the World aveva sollevato critiche e denunce. Al centro delle rivelazioni del tabloid, oggetto delle sue inchieste prive di scrupoli, erano stati però soprattutto i ricchi e famosi. Il potere di Murdoch, le sue connessioni col mondo politico inglese, soprattutto conservatore, avevano messo il giornale al sicuro da indagini e ritorsioni. Con l’arrivo alla guida di News of the World di Rebekah Brooks (protetta di Murdoch e amica personale di David Cameron), il numero delle vittime del tabloid si è però allargato.

Oggetto delle intercettazioni illegali dei giornalisti di Murdoch è stato per esempio il cellulare di Milly Dowler, una tredicenne rapita e uccisa nel 2003. I messaggi sulla segreteria del suo cellulare vennero “rubati” quando la ragazza era già scomparsa ma il suo corpo non era ancora stato trovato. C’è poi il caso di Graham Foulkes, il padre di una delle vittime delle bombe sulla metropolitana londinese del 2005. Il suo numero di cellulare e numerosi dettagli della sua vita privata sono stati trovati tra le carte di Glenn Mulcaire, un investigatore privato già arrestato nel 2007 per aver intercettato collaboratori della Famiglia Reale per conto di News of the World. Esistono infine le intercettazioni dei telefoni dei famigliari dei soldati del British Army, spiati e registrati dopo l’arrivo della notizia della morte dei loro cari nei campi di battaglia in Afghanistan e Iraq.

“News Corporation collaborerà in modo pieno e attivo all’inchiesta della polizia”, ha fatto sapere in una nota ufficiale Murdoch. In realtà, così non è stato nel recente passato. Scotland Yard sta infatti indagando anche su presunti pagamenti effettuati dal giornale di Murdoch ad agenti di polizia per favorire fughe di notizie sulle indagini in corso (direttore di News of the World al tempo dei fatti, nel 2005, era Andy Coulson, divenuto poi portavoce dei Tories di Cameron). Di più, dirigenti di News of te World sono accusati di aver mentito durante le audizioni dell’House of Commons culture and media committee, nel tentativo di bloccare l’inchiesta parlamentare sulle intercettazioni illegali.

Nel passato Murdoch è sempre uscito indenne da inchieste e accuse, grazie soprattutto all’enorme potere di pressione della sua organizzazione (News Corporation possiede anche il Times, il Sunday Times, il Sun e ha una larga partecipazione in Sky-Tv; mettersi contro questo colosso mediatico ha spesso significato la rovina di politici, funzionari pubblici, gente dello spettacolo). Questa volta però il limite potrebbe esser stato varcato. Oltre alle indagini della polizia, è l’intero mondo politico inglese a interrogarsi su cosa siano diventati Murdoch e il suo gruppo. “Murdoch è colpevole di abuso sistematico di un potere senza precedenti”, ha detto Zac Goldsmith, parlamentare conservatore che esprime “vergogna” per le troppe libertà che la politica ha concesso al magnate. “Abbiamo fatto sì che un solo uomo conquistasse un’influenza esagerata sulla vita nazionale”, ha spiegato il laburista Chris Bryant. Ofcom, l’authority inglese sui media, ha annunciato che sta “attentamente monitorando la situazione” (soprattutto in vista del progettato acquisto da parte di Murdoch, per 12 miliardi di dollari, della totalità delle azioni di BskyB). E lo stesso premier Cameron, che nel passato ha ricevuto appoggio e finanziamenti da Murdoch, appare ora in difficoltà nel difendere il suo vecchio padrino. “Aspettiamo i risultati dell’inchiesta giudiziaria, poi vedremo”, dice, mentre il cerchio dell’ira si fa sempre più stretto intorno all’uomo più potente d’Inghilterra.
Roberto Festa per Il Fatto Quotidiano

Dopo 50 anni ritrova il libretto bancario ora chiede 400mila euro a Bankitalia

Ha ritrovato un libretto bancario che le era stato intestato il giorno del suo battesimo, mezzo secolo fa, con 1.500 lire di deposito. Ne ha fatto stimare il valore e chiede 400mila euro, tramite una «class action», alla Banca d'Italia e al Ministero delle Finanze, che subentrano a garanzia nei rapporti di credito degli istituti bancari scomparsi. La protagonista è Flora Castellari, imprenditrice 50enne di Alessandria, che si è rivolta a uno studio legale specializzato per recuperare la somma.
 
IL LEGALE - «Il libretto - spiega l'avvocato Marco Angelozzi, che insieme alla collega Anna Orecchioni assiste la donna e altri due clienti con richieste simili in Lombardia - è della Banca Cooperativa di Imola, ormai non più esistente. Qualche settimana fa uno dei figli della signora Flora ha ritrovato, in un cassetto della vecchia casa paterna ad Alessandria, quel vecchio libretto. La nostra cliente ha chiesto un calcolo del valore attuale della somma che, sommando i coefficienti di rivalutazione dagli anni '60 a oggi, gli interessi, e la capitalizzazione per 51 anni di «giacenza» in banca, stimiamo, per difetto, in circa 400mila euro. Sarà comunque il consulente nominato dal giudice a stabilirne l'esatto ammontare. Non esiste - ha concluso - in Italia nessuna sentenza relativa a casi simili». (fonte Agi)

Sms gratis e pubblicità la scommessa di Fresmee

Ti connetti a Internet e digiti un sms gratis, via web o con un’applicazione del cellulare. “Usciamo stasera a prenderci una pizza?”. “Pizza scontata nel ristorante della tua città, solo per te, stasera”, ti risponde il sito o l’applicazione, con un coupon. E’ questa l’idea di Freesmee.com, sito appena lanciato che sfrutta una tecnologia creata da un gruppo di giovani italiani.

Il servizio è duplice: invio sms e offerte promozionali personalizzate, fornite grazie ad accordi con le aziende specializzate Groupon, Groupalia, Letsbonus, Prezzofelice.

L’utente comincia collegandosi al sito web Fresmee.com, dove può digitare direttamente l’sms gratis o scaricare le relative applicazioni per i principali smartphone, per computer Windows, Mac Os e Linux. Gli sms sono gratuiti verso qualsiasi numero europeo (per ora; presto anche di altri Paesi).

Il servizio si appoggia infatti a 40 siti che consentono di mandare messaggi gratis (un po’ come fanno Skebby, Jacksms e analoghi). L’utente ha a disposizione, all’inizio, cinque sms gratis, ma ne accumula uno ogni volta che appare un’offerta promozionale. Questa è personalizzata (nel luogo e nel prodotto) perché il sistema interpreta, in meno di un secondo, il senso del messaggio, nelle lingue italiano e inglese (a breve lo spagnolo). In media, il 40 per cento dei messaggi genera un’offerta. L’utente può anche comprare sms, a 6 cent l’uno. Per accettare l’offerta, basta un clic sul coupon visualizzato (e quindi si paga come si farebbe sul sito di Groupon).

"Abbiamo creato un algoritmo di interpretazione semantica, che riesce a capire che cosa scrivi, quando lo scrivi e a chi scrivi. La sfida è riuscirci con gli sms, che sono molto corti, ricchi di abbreviazioni e privi di frasi consecutive", dice Alessandro Bruzzi, 24 anni, bocconiano, uno degli ideatori del servizio. L’altro è Dario Guarascio, fondatore di Jacksms. Si sono avvalsi della consulenza di docenti di semantica delle università di Bari e di Firenze. "Il sistema tiene conto anche degli sms già inviati da quella persona, per farne un profilo comportamentale e capire la propensione all’acquisto. Tutti fattori che servono a personalizzare l’offerta", aggiunge.

Il team è di 15 persone, tra i 20 e i 26 anni, che si sono trasferiti a New York per creare Freesmee: hanno ricevuto infatti un finanziamento di 150 mila dollari da Mobile Avenue Solutions (presso i cui uffici ora lavorano). "Entro fine anno, investiranno vari venture capital americani, per circa 1-2 milioni di dollari", aggiunge Bruzzi.

Ma le fonti di ricavo quali sono? «Groupon e altri, che forniscono le proprie offerte ai nostri utenti, ci danno una percentuale sugli acquisti o in base al traffico veicolato», spiega Bruzzi. Se il business reggerà e se gli utenti gradiranno, lo diranno i prossimi mesi.
 
ALESSANDRO LONGO per Repubblica

La Grecia è fallita all’80,6%

Ormai è ufficiale, tanto più che in questi casi, come noto, il potere decisionale resta una prerogativa dei mercati. La Grecia è andata e non c’è modo di recuperarla. Mentre Francia e Germania discutono le varie possibilità di eutanasia debitoria – reprofiling, rollover, restructuring e così via – gli operatori finanziari hanno emesso la loro sentenza. Senza appello. La probabilità che Atene dichiari bancarotta da qui a cinque anni è pari ormai all’80,6%. A renderlo noto Cma Datavision, insieme alla collega Markit la principale società di monitoring del mercato dei derivati extra borsistico. La relazione trimestrale resa pubblica ieri parla chiaro: la Grecia è clinicamente morta e il Portogallo rischia seriamente di ritrovarsi disorientato in un labirinto senza uscita.

Nel corso dell’ultimo trimestre il costo di assicurazione dei crediti con Atene è riuscito nella clamorosa impresa di raddoppiare. Il prezzo dei Credit default swaps sulle obbligazioni a cinque anni emesse dalla Grecia è schizzato a quota 2.100,3 punti base contro i 1.037,2 registrati a inizio aprile. In sintesi: chi ha assicurato tre mesi fa 10 milioni di controvalore sui bond ellenici quinquennali ha pagato poco più di un milione, già di per sé una cifra mostruosamente alta. Chi lo ha fatto al 30 giugno scorso, ovvero una settimana fa, ha dovuto sborsarne 2,1. Dati alla mano si parla di un +102,5% nello spazio di tre mesi, un aumento senza eguali.

Il prezzo dei Cds, ovviamente, resta uno degli indicatori principali dello stato di salute contabile di una nazione. Se non altro per la sua capacità di misurare la fiducia del mercato. Proprio per questo l’espansione senza controllo del prezzo dei derivati assicurativi finisce per ribadire quel concetto che è ormai chiaro agli analisti di tutto il mondo e a quella classe di politici e regolatori europei che ancora fanno finta di credere nelle possibilità di recupero della disgraziatissima repubblica ellenica. Secondo Cma, il dato sui costi assicurativi si tradurrebbe per la Grecia in 8 possibilità su dieci di fallire entro il 2016. Per capire la gravità della situazione bastano pochi paragoni: il Venezuela, secondo in classifica per prezzo dei Cds, ha una probabilità di default di poco superiore al 51%, contro il 47% circa di Portogallo e Irlanda. L’Italia viaggia a quota 14,3% contro il 20,8 della Spagna. La Norvegia, il Paese più “sicuro” del Pianeta, ha meno di 2 possibilità su cento di dichiarare default. L’Argentina, un evergreen del rischio sovrano, ne ha circa 1 su tre.

I dati resi noti da Cma certificano almeno un paio di conclusioni. La prima è relativa alla valutazione delle politiche di salvataggio messe in atto dalla Bce, una sorte di replica dei piani di soccorso delle banche realizzati all’inizio della crisi con il coinvolgimento forzato dei contribuenti. Se la strategia di sostegno al settore privato si è rivelata ad oggi sostanzialmente vincente (seppure con la spada di Damocle dei titoli tossici tuttora in via di smaltimento), quella di aiuto agli Stati sovrani ha costituito un totale fallimento.

Grecia e Portogallo hanno ricevuto decine e decine di miliardi di euro di finanziamento ma il mercato non ha espresso fiducia. Niente investimenti significa recessione, recessione significa riduzione del Pil e deterioramento del rapporto di quest’ultimo con il debito. In sostanza, il denaro ricevuto è servito a malapena per pagare gli interessi su quei titoli di Stato che, presto, potrebbero valere meno della carta su cui sono stampati. Il declassamento del rating portoghese in area junk rappresenta “l’inizio della fine”, ha scritto oggi sul Guardian il columnist finanziario Phillip Inman secondo il quale per l’Europa sarebbe giunto ormai il momento di ammettere che i bailout di Atene e Lisbona (concediamo ancora il beneficio del dubbio a Dublino) rappresentano nient’altro che una scommessa ormai perduta. Difficile dargli torto.

Il secondo ordine di problemi riguarda invece la liquidazione del mercato parallelo dei derivati, ovvero di quegli stessi Cds che sono proliferati con la crisi dei debiti. In Europa, come detto, nessuno se la sente di dare il via libera alla bancarotta vera e propria (quella in stile Buenos Aires, per intenderci) preferendo al contrario alcuni eufemismi di mercato come l’ormai celebre rollover che tanto piace a Parigi. Il problema, però, è che una rinegoziazione che implichi non solo un allungamento delle scadenze ma anche una perdita sui premi originariamente accordati costituisce per definizione un default.

A chiarire il concetto ci ha pensato in questi giorni Standard & Poor’s, promettendo di declassare i titoli rinegoziati in area “D”. Il downgrade aprirebbe la strada a una nuova ondata di problemi: il primo riguarderebbe la Bce che a quel punto non potrebbe più accettare i titoli ellenici come collaterali; il secondo chiamerebbe in causa le banche americane alle quali i creditori europei di Atene potrebbero chiedere la liquidazione dei Cds. Ma siamo sicuri che un default “controllato” possa essere assimilato a una bancarotta vera e propria? E’ davvero certo che gli istituti americani accetteranno di subire importanti perdite di fronte a una situazione ancora poco chiara? Insomma, si tratta di stabilire se le grandi banche Usa saranno disposte a pagare oppure se inizieranno a dare battaglia come ogni compagnia assicurativa “che si rispetti” per la quale, ovviamente, il cliente non ha mai pienamente ragione. Il dubbio resta, e a oggi è difficile sperare in un chiarimento.

Matteo Cavallito per Il Fatto Quotidiano

Su Facebook arriva la videochiamata

MILANO – Dopo tanto rumore, è arrivata la conferma ufficiale. Da mercoledì 6 luglio la chat di Facebook diventa una succursale di Skype, da cui avviare in automatico una videochiamata agli amici collegati e disponibili. Un passo in avanti per Skype nel mondo web, e un'ulteriore marcia verso il monopolio dei servizi internet tutti riuniti nello stesso luogo (il social network) per Facebook. Con lo zampino di Microsoft, che dopo l'annuncio del suo investimento in Skype lavora a pieno ritmo per contrastare l'ascesa del social network di casa Google.

IL SERVIZIO – Per chiamare, occorrerà ovviamente essere registrati a Facebook. È da qui che – se il contatto a cui vogliamo telefonare è disponibile a chattare – si potrà lanciare la conversazione voce e video. I due luoghi da cui partire saranno o l'apertura della chat di Facebook, e della finestra dell'amico prescelto, o direttamente la pagina del profilo del nostro contatto. Qui, in alto a destra, un nuovo pulsante «videocall» («chiama») si aggiungerà alle informazioni in comune tra noi e lui. La telefonata (con o senza video) sarà gestita da Skype. Per poterla effettuare, sarà necessario scaricare un plug-in: massimo 10 secondi, giura Zuckerberg in persona da Palo Alto, dove ha presentato in diretta web tutte le novità. E se l'amico contattato non risponde, si potrà registrare un videomessaggio che, in perfetto stile segreteria telefonica, verrà visualizzato non appena la persona sarà nuovamente disponibile. La chat di Facebook poi si arricchirà anche di nuovi strumenti: arrivano le chat di gruppo tanto care agli istant messenger tradizionali, e un accesso rapido per visualizzare immediatamente gli amici con cui si mandano più messaggi, una sorta di bacheca dei “più importanti” come già avviene nella pagina principale delle notizie di Fb.

SOCIAL SKYPE – Di certo Skype non sta a guardare: il suo obiettivo finale resta quello di portare la videochiamata ovunque, sul Pc, sul cellulare, alla tv e, ovviamente, nella rete sociale. L'accordo con Facebook infatti va oltre la fornitura del VoIP (voice over internet protocol) per chiamare e videochiamare ed è un mutuo scambio di tecnologia (la migliore gratuita sul mercato delle telefonate internet) e traffico sociale (una rete da 750 milioni di utenti). Dalla propria homepage di Skype infatti già da qualche tempo è possibile connettersi a Facebook e controllare gli aggiornamenti di stato degli amici, leggere le news che condividono, aggiornare il proprio stato e commentare quello altrui. Nella versione di Skype 5.5, ancora in beta, si potrà anche controllare dal sistema VoIP quali amici sono online e mandare loro messaggi istantanei.
IL TRIANGOLO SÌ - Dunque la collaborazione tra Microsoft, proprietario di Skype, la stessa Skype e Facebook inizia a dare i suoi primi frutti. E il triangolo legato da investimenti finanziari, sembra allineato anche nella lotta alla supremazia del web contro Google, rivale di Bing-Microsoft per le ricerche e rivale di Facebook con il nuovo bottone +1, che ricalca le funzioni del «mi piace» tanto usato e abusato su Fb. Per gli analisti, si tratta solo di un primo passo verso qualcosa che probabilmente ancora non è neppure nella testa di Zuckerberg. E d'altronde è stato proprio il fondatore di Facebook a esordire nel corso della conferenza stampa con una frase possibilista: «Questo è solo l'inizio di una grande stagione di nuovi lanci».

Eva Perasso per il Corriere della Sera

mercoledì 6 luglio 2011

Tom Hanks dagli Oscar alla polvere Hollywood non perdona i passi falsi

Che Hollywood non sia un luogo per vecchi, per gente dal cuore tenero e per persone senza cinismo, è cosa talmente nota da rasentare la banalità. Ma a volte la terra dei sogni cinematografici planetari mostra una tale spietatezza, nel distruggere gli idoli da lei stessa creati, da stupire gli osservatori più disincantati. Basta un soffio e via, ecco la star più celebre finire sul viale del tramonto. L'ultimo esempio, clamoroso, è quello di Tom Hanks: il film che lo vede regista e protagonista, Larry Crowne, viene stroncato dai critici e non decolla al botteghino, malgrado la presenza di una superdiva come Julia Roberts; e subito giornali e siti di mezzo mondo buttano il suo autore giù dalla torre, profetizzando la sua uscita dalla cosiddetta A-List. Alla faccia dei due Oscar conquistati in carriera (per Philadelphia e Forrest Gump), e malgrado la sua partecipazione, appena due anni fa, a un kolossal come Angeli e demoni.

Insomma: se adesso perfino i tabloid inglesi (vedi il Daily Mail) sbeffeggiano Hanks, sottolineando che alla prima londinese della sua pellicola c'erano solo "celebrità di quarta categoria e personaggi dei reality show", nessuno sembra ricordare quanto l'attore abbia dato alla settima arte: non sono con i ruoli che gli hanno fatto vincere la suatuetta dorata, ma in infinite altre occasioni (vedi Salvate il soldato Ryan, Cast Away, Prova a prendermi, Era mio padre). E adesso tutto viene dimenticato, spazzato via. E non è certo un caso isolato. Perché di big hollywoodiani caduti in disgrazia, dopo anni di glorie e di onori, la storia del cinema - anche solo quella recente - è piena. Ecco una piccola carrellata, che prende in considerazione solo uomini: perché per loro non dovrebbe valere, almeno in teoria, la dura legge che rende le donne invisibili (a parte eccezioni come Meryl Streep) una volta raggiunti i cinquant'anni.

Fra i tanti esempi possibili, colpisce quello di Edward Norton: era considerato l'interprete più talentuoso della sua generazione, ha colpito gli occhi, il cuore e la mente degli spettatori in film come American History X e La venticinquesima ora, ha partecipato a operazioni commerciali importanti come The Italian Job e Hulk. Poi, praticamente, quasi più nulla. Sparito. Forse per suoi problemi o eccessi personali, come sussurra il gossip losangelino; fatto sta che lo abbiamo praticamente perso di vista, almeno per i grossi ruoli in pellicole di grossi registi. Altro giro, altro - parziale - viale del tramonto: Ralph Fiennes, ovvero Il Paziente inglese che ha fatto sognare il pubblico (specie femminile) di mezzo mondo. Dopo un bel po' di prove da protagonista (anche in opere interessanti come The Constant Gardener), e uno scandaletto legato al sesso in volo con una hostess, ha dovuto accontentarsi di ruoli da caratterista. Per quanto in contesti sontuosi, come la saga Harry Potter o il prossimo 007. Discorso analogo per Kevin Spacey: esploso con I Soliti sospetti, premiato con l'Oscar per American beauty, pian piano ha visto scadere la qualità delle offerte cinematografiche che gli venivano rivolte. Ma lui ha saputo consolarsi con l'attività di produttore, e con la grandi performance a teatro - vedi il Riccardo III di scena a Londra.

E l'elenco potrebbe continuare. Ad esempio, con le superstar del cinema anni Novanta: Mel Gibson e Kevin Costner. Il primo, malgrado gli Oscar al suo Braveheart, si è rovinato da solo, con la sua ubriachezza molesta a base di insulti antisemiti e percosse alla compagna: e nemmeno l'amica Jodie Foster, che l'ha fortemente voluto in Mr. Beaver, è riuscita a invertire la rotta. Il Costner trionfante di Balla coi lupi e di tanti altri successi al botteghino, invece, ha cambiato pelle. E deve accontentarsi, perfino lui, di ruoli da caratterista, come nel kolossal di imminente uscita come Man of steel. Analogo triste destino ha colpito i divi sfondabotteghini anni Ottanta: da Steve Martin a Nick Nolte, fino a William Hurt, la gloria è lontana da molti anni. Il caso più clamoroso, però, è e resta quello di Eddie Murphy: il più celebre, il più amato, il più redditizio al boxoffice. E che però, anche a causa di problemi psicologici e personali (quasi si rifiuta di apparire in pubblico) ha perso da tempo il suo tocco magico. Ora spera nel rilancio con Tower Heist di Brett Ratner, in uscita a novembre, in cui recita accanto a Ben Stiller e Casey Affleck. Infine, merita una citazione una classica vittima di discriminazione sessuale: Rupert Everett. Era bello, bravo, richiestissimo: ma dopo aver ammesso di essere gay, per i produttori e i registi è diventato un appestato. Una parabola che spiega perché tante star maschili hollywoodiane abbiano difficoltà, ad ammettere di essere omosessuali.

L'ultima annotazione, però è di segno opposto. Perché, fra le star cacciate dall'Olimpo hollywoodiano, c'è un piccolo gruppetto di attori che sono stati capaci - per tenacia, per fortuna - di risalire la china. Di rientrare nella A-list, quando da anni erano dati per spacciati. Tre nomi per tutti, a simboleggiare queste rinascite improvvise: Jeff Bridges, Mickey Rourke e Robert Downey jr.

CLAUDIA MORGOGLIONE per Repubblica

In casa Murdoch si guarda La7

Lo scorso maggio a Bagnaia James Murdoch, intervenendo al convegno organizzato dall'Osservatorio Permanente Giovani Editori, aveva criticato il sistema televisivo italiano per la mancanza di concorrenza. Murdoch junior aveva parlato come presidente di Sky Italia, Paese per il quale ha grande attenzione. Ora, secondo le indiscrezioni, proprio il 39enne figlio dello squalo dell'etere Rupert, fondatore del gigante dei media News Corporation, starebbe pensando a un'espansione sul mercato italiano

Il modo per inserirsi con decisione nel duopolio, da lui stesso denunciato, di Rai e Mediaset potrebbe essere la conquista di Telecom Italia Media, in vendita con un mandato a Mediobanca finalizzato alla ricerca di un nuovo azionista (o di un partner) al posto dell'ex-monopolista telefonico. Telecom Italia Media, secondo James Murdoch, potrebbe essere interessante in prospettiva, malgrado La 7 sia una tv in perdita, che ha assorbito tanti capitali all'azionista Telecom Italia che ora vuole parecchi soldi: un miliardo il valore del gruppo (compresi i debiti) con un prezzo di 400 milioni per le sole reti televisive.

Punti di forza, come indicato ieri dall'ad Giovanni Stella, restano i ricavi pubblicitari in crescita del 30% nel primo semestre 2011 e la campagna acquisti di personaggi dello spettacolo non ancora terminata dopo il probabile arrivo di Fabio Fazio, che l'anno prossimo dovrebbe approdare con Roberto Saviano.

Potrebbero poi essere sfruttate le potenzialità di sviluppo nel digitale terrestre e il rapporto commerciale con la casa madre come advisor sui contenuti nelle diverse piattaforme del gruppo telefonico.

News Corporation scenderà, dunque, in campo per La 7, andando a sfruttare il momento di difficoltà del suo avversario italiano, cioè Mediaset, alle prese con un mercato pubblicitario in calo e con una sentenza di risarcimento da oltre 700 milioni che incombe sul suo azionista Fininvest? Sul tema non ci sarebbe sintonia di vedute in famiglia. Per papà Rupert, che per ben due volte negli anni passati ha provato a comprare Mediaset da Silvio Berlusconi, per Telecom Italia Media bisognerebbe mettere sul piatto una cifra non proporzionale ai vantaggi.

Inoltre lo squalo Rupert avrebbe in questo momento altri problemi a cui pensare nel Regno Unito, Paese dove in questi giorni è sotto attacco per una vicenda di intercettazioni telefoniche illegali. Il tycoon australiano è occupato nell'acquisto della maggioranza dell'inglese BSkyB, operazione che potrebbe cambiare il volto dei media d'Oltremanica. Inoltre papà Murdoch ha dovuto affrontare la complessa vicenda del social network MySpace acquistato nel 2005 per 580 milioni di dollari e rivenduto per 35 milioni: mega-perdita che lo avrebbe fatto riflettere sui capitali a disposizione per le diverse regioni del suo impero dei media.

 Carlo Festa per il Sole 24 Ore

A Capitan America tocca cambiare nome - Scelta della Paramount per paura dell'antiamericanismo in Russia, Corea del Sud e Ucraina

Capitan America non era americano. Ma di una nazionalità sconosciuta, magari arrivava dall’Asia, o dall’est europeo. Almeno, è così che la Paramount pensa di aumentare gli incassi al botteghino del suo nuovo film che racconta le avventure del supereroe della Marvel: cancellandone l’identità a stelle e strisce nei Paesi in cui l’America è mal digerita. Ovviamente si limita a giocare col solo titolo. E miracolosamente in Russia, Corea del Sud e Ucraina il film da «Captain America: the first avenger», si trasformerà semplicemente in «Il primo vendicatore». In Italia invece il titolo resta confermato: «Capitan America. Il primo vendicatore» si vedrà nelle sale il prossimo 27 luglio. 

LIBERA SCELTA – Alle prese con gli accordi di distribuzione al di fuori degli Stati Uniti, la Paramount Pictures e i Marvel Studios, rispettivamente distributori e produttori del film, hanno preferito lasciare ai corrispondenti locali la scelta sul titolo preferito. Sono loro infatti a dare il titolo al lungometraggio, coscienti dell’immagine patriottica del supereroe, icona nazionale del bene dalla Seconda guerra mondiale in poi, e dunque dell’impronta americanista del suo personaggio. Nonostante l’opzione di eliminare il nome «America» dal titolo del film, in realtà solo tre stati hanno deciso di presentare il film e di promuoverlo senza il nome del supereroe. Sono Russia, Corea del Sud e Ucraina: resterà da vedere se i risultati al botteghino pagheranno questa omissione forzata. 

SENTINELLA DELLA LIBERTÀ – Capitan America, vero nome Steven Rogers, in verità ha appena compiuto 70 anni. Nasce nel 1941 come personaggio dei fumetti, mentre infuriava la Seconda guerra mondiale e Steve rappresentava l’impavido, retto e coraggioso americano, in contrasto con l’europeo bellicoso. Più che di un vero e proprio supereroe alla Superman, nel suo caso si parla di un uomo dal fisico perfetto e dalle abilità infinite, grazie a una mutazione genetica dovuta al siero del super soldato. Negli anni, Capitan America si trasformò in un protettore degli americani contro il comunismo, ma questa sua nuova veste ebbe poco successo. Al cinema vanta qualche passaggio da comparsa e un lungometraggio del 1990 suo omonimo. Fino all’arrivo sul grande schermo nel «Primo vendicatore», interpretato da Chris Evans. 

TRADUZIONI - Le variazioni sul titolo originale di un film in realtà sono molto comuni e soprattutto in Italia è raro che un film straniero mantenga il titolo originale, o venga tradotto fedelmente. Tanto che online esistono gruppi di protesta contro le traduzioni più brutte, o contro quelle più fuorvianti. Per esempio «Vertigo» di Hitchcock, diventato «La donna che visse due volte», o il premio Oscar «Momenti di gloria», in originale «Chariots of fire» (Carri di fuoco), o «Il tempo delle mele», che in francese era invece «La Boum» (La festa).

Eva Perasso per il Corriere della Sera