mercoledì 6 luglio 2011

Tom Hanks dagli Oscar alla polvere Hollywood non perdona i passi falsi

Che Hollywood non sia un luogo per vecchi, per gente dal cuore tenero e per persone senza cinismo, è cosa talmente nota da rasentare la banalità. Ma a volte la terra dei sogni cinematografici planetari mostra una tale spietatezza, nel distruggere gli idoli da lei stessa creati, da stupire gli osservatori più disincantati. Basta un soffio e via, ecco la star più celebre finire sul viale del tramonto. L'ultimo esempio, clamoroso, è quello di Tom Hanks: il film che lo vede regista e protagonista, Larry Crowne, viene stroncato dai critici e non decolla al botteghino, malgrado la presenza di una superdiva come Julia Roberts; e subito giornali e siti di mezzo mondo buttano il suo autore giù dalla torre, profetizzando la sua uscita dalla cosiddetta A-List. Alla faccia dei due Oscar conquistati in carriera (per Philadelphia e Forrest Gump), e malgrado la sua partecipazione, appena due anni fa, a un kolossal come Angeli e demoni.

Insomma: se adesso perfino i tabloid inglesi (vedi il Daily Mail) sbeffeggiano Hanks, sottolineando che alla prima londinese della sua pellicola c'erano solo "celebrità di quarta categoria e personaggi dei reality show", nessuno sembra ricordare quanto l'attore abbia dato alla settima arte: non sono con i ruoli che gli hanno fatto vincere la suatuetta dorata, ma in infinite altre occasioni (vedi Salvate il soldato Ryan, Cast Away, Prova a prendermi, Era mio padre). E adesso tutto viene dimenticato, spazzato via. E non è certo un caso isolato. Perché di big hollywoodiani caduti in disgrazia, dopo anni di glorie e di onori, la storia del cinema - anche solo quella recente - è piena. Ecco una piccola carrellata, che prende in considerazione solo uomini: perché per loro non dovrebbe valere, almeno in teoria, la dura legge che rende le donne invisibili (a parte eccezioni come Meryl Streep) una volta raggiunti i cinquant'anni.

Fra i tanti esempi possibili, colpisce quello di Edward Norton: era considerato l'interprete più talentuoso della sua generazione, ha colpito gli occhi, il cuore e la mente degli spettatori in film come American History X e La venticinquesima ora, ha partecipato a operazioni commerciali importanti come The Italian Job e Hulk. Poi, praticamente, quasi più nulla. Sparito. Forse per suoi problemi o eccessi personali, come sussurra il gossip losangelino; fatto sta che lo abbiamo praticamente perso di vista, almeno per i grossi ruoli in pellicole di grossi registi. Altro giro, altro - parziale - viale del tramonto: Ralph Fiennes, ovvero Il Paziente inglese che ha fatto sognare il pubblico (specie femminile) di mezzo mondo. Dopo un bel po' di prove da protagonista (anche in opere interessanti come The Constant Gardener), e uno scandaletto legato al sesso in volo con una hostess, ha dovuto accontentarsi di ruoli da caratterista. Per quanto in contesti sontuosi, come la saga Harry Potter o il prossimo 007. Discorso analogo per Kevin Spacey: esploso con I Soliti sospetti, premiato con l'Oscar per American beauty, pian piano ha visto scadere la qualità delle offerte cinematografiche che gli venivano rivolte. Ma lui ha saputo consolarsi con l'attività di produttore, e con la grandi performance a teatro - vedi il Riccardo III di scena a Londra.

E l'elenco potrebbe continuare. Ad esempio, con le superstar del cinema anni Novanta: Mel Gibson e Kevin Costner. Il primo, malgrado gli Oscar al suo Braveheart, si è rovinato da solo, con la sua ubriachezza molesta a base di insulti antisemiti e percosse alla compagna: e nemmeno l'amica Jodie Foster, che l'ha fortemente voluto in Mr. Beaver, è riuscita a invertire la rotta. Il Costner trionfante di Balla coi lupi e di tanti altri successi al botteghino, invece, ha cambiato pelle. E deve accontentarsi, perfino lui, di ruoli da caratterista, come nel kolossal di imminente uscita come Man of steel. Analogo triste destino ha colpito i divi sfondabotteghini anni Ottanta: da Steve Martin a Nick Nolte, fino a William Hurt, la gloria è lontana da molti anni. Il caso più clamoroso, però, è e resta quello di Eddie Murphy: il più celebre, il più amato, il più redditizio al boxoffice. E che però, anche a causa di problemi psicologici e personali (quasi si rifiuta di apparire in pubblico) ha perso da tempo il suo tocco magico. Ora spera nel rilancio con Tower Heist di Brett Ratner, in uscita a novembre, in cui recita accanto a Ben Stiller e Casey Affleck. Infine, merita una citazione una classica vittima di discriminazione sessuale: Rupert Everett. Era bello, bravo, richiestissimo: ma dopo aver ammesso di essere gay, per i produttori e i registi è diventato un appestato. Una parabola che spiega perché tante star maschili hollywoodiane abbiano difficoltà, ad ammettere di essere omosessuali.

L'ultima annotazione, però è di segno opposto. Perché, fra le star cacciate dall'Olimpo hollywoodiano, c'è un piccolo gruppetto di attori che sono stati capaci - per tenacia, per fortuna - di risalire la china. Di rientrare nella A-list, quando da anni erano dati per spacciati. Tre nomi per tutti, a simboleggiare queste rinascite improvvise: Jeff Bridges, Mickey Rourke e Robert Downey jr.

CLAUDIA MORGOGLIONE per Repubblica

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