Questa volta, però, l’azienda di Steve Jobs forza la sua natura e acquista una bella quarta di copertina su The Economist con l’intento di scaldare la platea all’arrivo dell’iPhone 5. Il messaggio della pagina è molto chiaro: “l’iPhone è un telefono business”. Per convincerci di questo si ricorda nel testo che nell’Apple Store sono disponibili ben 425mila applicazioni. Già, ma quante sono veramente utili in azienda?
La lista, a titolo di esempio, si esaurisce in cinque remainder: un’applicazione di Bloomberg, una dell’Economist (il giornale in cui è stata pubblicata la pagina pubblicitaria), una di Cisco, una di Oracle e infine iWork, la suite di produttività di Apple. Un po’ pochino, forse, per sperare che i responsabili informatici delle aziende, soprattutto di quelle non americane, decidano di buttare nella spazzatura il contratto di fornitura con Rim BlackBerry (perché è questo l’intento principale) a favore dell’adozione di un iPhone per l’uso corporate.
Nonostante sia innegabile che l’iPhone meriti tutto il successo che ha in ambito consumer e sia comprensibile che molte aziende abbiano iniziato a considerarlo, soprattutto per agevolare la tendenza da parte dei dipendenti di confondere sempre di più attività private e aziendali, una pagina pubblicitaria non è detto che basti.
Per conquistare le aziende ci vuole ben altro. Ci vuole un terminale affidabile e sicuro, certo, ma soprattutto ci vuole una strategia a lungo termine che neanche colossi come Microsoft, fornitore notevolmente introdotto in questo settore, sono riusciti ancora a implementare.
E poi tempi sono cambiati. È finita l’epoca degli investimenti sconsiderati nell’It da parte delle aziende e, inoltre, la scelta che ha un Cio in questo momento è molto più varia. Ci vogliono dei partner di sviluppo ai quali si deve dare l’opportunità di fare business vero, senza contratti condizionali e poco generosi. Ci vuole, infine, una piattaforma aperta, esattamente quello che non è iOS.
Insomma, ci vuole una mentalità, un’attitudine che non si impara nel tempo di una pagina pubblicitaria, ci vuole molto di più di un terminale valido e di un numero esagerato di applicazioni dalla dubbia utilità in ambito aziendale.
Valerio Mariani per La Stampa
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